Anche la lingua è povera

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Mi piacerebbe aprire la riflessione di oggi con alcune parole di Italo Calvino delle Lezioni americane (Mondadori 2016, pp. 60-61):

“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non mi interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.”

In effetti Calvino ha preconizzato nel 1988 alcune derive di un fenomeno di cui oggi si discute molto in relazione ad una sempre maggiore genericità nell’uso della lingua, cui concorre una minore ricchezza lessicale, attraverso l’uso di parole prive di sfumature e sempre più imprecise, una tendenza alla sintassi semplice senza subordinate e con periodi molto brevi. In uno studio del 1998 (Di scuola si muore, Milano, Feltrinelli) di Giovanni Pacchiano si evidenzia la presenza di almeno 250 parole di cui gli studenti del biennio medio-superiore ignorano, utilizzando a sproposito o ignorando completamente termini come “accezione”, “acuire”, “autoctono”, “valore”, “volontà”, “virgulto”. In questo senso è molto interessante conoscere l’esperienza della professoressa di Bologna che ha adottato un mezzo per insegnare ai suoi alunni una nuova parola al giorno: attraverso un messaggio su whatsapp della buonanotte, apre i/le ragazzi/e alla conoscenza di un vocabolo al giorno. Tornando alla constatazione di Pacchiano, vediamo poi come, esattamente come Calvino, sottolinei la relazione esistente tra questo fenomeno e la mancanza, nella scuola, di tempo da dedicare ad attività di lettura non finalizzate necessariamente ad ulteriori prove (comprensione o produzione), ma fini a sé stesse e dedite al solo ed esclusivo piacere che nasce da quella esperienza:

come se [….] non fosse più legittima la lettura di una volta: libera, spontanea, causale e svagata, sull’onda della fantasticheria, reticente nel disvelare a se stessi e fuori di sé quelle impressioni ancora confuse che il suo piacere sa suscitare. Seguita, se mai, a ragionevole distanza, da un secondo round -dovuto solo a ragioni scolastiche-, quello grammaticale e sintattico, considerato a parte, da non confondersi con l’emozione del leggere. (Pacchiano 1998, pp. 115-116)

Il professor Serianni si è occupato di osservare le dinamiche di questo meccanismo, rivelando anch’egli come l’insegnamento della letteratura e l’approccio alla lettura siano inadeguati perché fossilizzati sugli aspetti critici e interpretativi, che non bastano a garantire una acquisizione profonda e intima del testo che ci si trova innanzi. Complici dell’appiattimento formale, soprattutto in relazione al lessico, e della banalizzazione argomentativa, secondo ciò che il linguista rivela in un’intervista, rientrano alcuni aspetti legati al contatto con gli anglicismi e all’utilizzo massiccio delle tecnologie che toglierebbero tempo da dedicare alla lettura.  Le lacune relative al lessico e alle competenze sintattiche hanno delle ricadute sulla capacità di comprendere i testi, soprattutto quando sono coesi per mezzo di connettivi logici, che rendono arduo il ragionamento e difficoltosa la possibilità di penetrare il significato di quanto letto, aspetto che rientra nelle problematiche dell’analfabetismo funzionale. Non a caso Luca Serianni ha guidato una commissione di esperti per la formulazione del nuovo esame di terza media, già per l’a.s. 2017/2018, introducendo una prova di comprensione del testo tra quelle cui poter scegliere (in alternativa produzione di un testo narrativo-descrittivo o argomentativo), partendo dalla constatazione che tale capacità di interpretazione non sia affatto scontata.

In questo contesto occorre valorizzare con massima energia il piacere di leggere e l’amore per la lettura come risultato di un processo che abbia inizio già nei primi mesi di vita del bambino:  una preparazione alla lettura, che diverrà motivazione in seguito, si determina nel tempo e solo in questo modo si può sviluppare un’abitudine, una consuetudine alla lettura. L’adulto deve accompagnare i/le bambini/e a rapportarsi con i libri sotto forma di gioco che possa divertire e creare memoria di esperienze positive. La lettura tra i 0 e i 6 anni non è primariamente finalizzata all’acquisizione di competenza di letto-scrittura, ma equivale all’ascolto, alla narrazione, alla musicalità delle parole, alla possibilità di vivere infinite storie, alla ricerca di nuovi significati, e alla lettura di immagini. Come sottolinea Enrica Freschi, in Il piacere delle storie. Per una «didattica» della lettura nel nido e nella scuola d’infanzia la fase 0-6 anni è stata sempre poco considerata dal punto di vista della pedagogia della lettura, perché il bambino non possiede le capacità pratiche della lettura. Nonostante questo, si inizia a leggere ancor prima di saper leggere: si “impara” quando si vedono i genitori leggere un libro, sfogliare una rivista, pagare una bolletta, all’edicola, i cartelloni pubblicitari e il libro sarà inizialmente un oggetto nuovo da guardare, esplorare, aprire, sfogliare, annusare, mordere. In seguito, dopo un approccio tattile e sensoriale, il bambino passerà ad una conoscenza più profonda del libro, ne scoprirà le ricchezze, le immagini, le parole, e inizierà ad apprezzarlo più nel profondo. Non dobbiamo perciò credere che la prima fase della vita di un individuo sia slegata con ciò che saprà fare in seguito e le sue capacità saranno direttamente collegate con l’amore che si è investito affinché da subito potesse costruire e strutturare la sua persona. Alcune cose hanno inizio da lontano e una di queste è l’amore per i libri, che, come abbiamo visto, può avere effetti benefici su questioni ben più ampie e in ambiti assai differenti della vita della persona e della società. Cerchiamo per questo di avere una prospettiva ad ampio raggio e coltiviamo determinati aspetti della personalità a partire da subito. Consigliamo la lettura del libro di Enrica Freschi.

Il piacere delle storie

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Hanno senso gli albi bilingue?

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Nell’immagine: Chenxino, La luce, 2019, Topipittori

Nelle librerie e anche in molte biblioteche è sempre maggiore il numero di albi illustrati i cui testi sono stilati in due lingue; questa volta, però, le lingue protagoniste non sono gli idiomi cui siamo abituati, né fa capolino la lingua franca inglese: parliamo infatti soprattutto di albanese, arabo, cinese e rumeno.

Si apre uno spiraglio alla diversità culturale, che vede come fruitori non solo i figli delle comunità originarie di paesi in cui queste lingue sono nazionali, ma gli stessi bambini italiani che hanno così la possibilità di concepire mondi altri e aprirsi a nuove realtà, con la curiosità propria che li caratterizza.

Da dove nasce l’importanza di usufruire di questo materiale? Forse non si riflette abbastanza sulla scarsità di materiale librario (il famoso “cibo per la mente”) disponibile per chi ha come lingua madre un idioma che spesso è parlato a molti chilometri di distanza, la qual cosa crea una grave deprivazione nelle possibilità di essere esposti alla lettura condivisa di testi che non siano esclusivamente quelli della comunità ospitante. Poter fruire di questi oggetti nuovi significa per molti avere accesso alla dimensione fantastica e ludica indispensabile per lo sviluppo armonico della persona, nonché alla cultura veicolata dalle stesse parole, altrimenti impossibili da raggiungere.

Per bambini/e italiani/e e non, l’utilizzo di libri bilingue in gruppo, significa avere la possibilità di sviluppare concretamente competenze culturali, attraverso l’acquisizione di modelli culturali propri e altrui, vivendo ogni lingua e ogni comunità che essa rappresenta come avente pari dignità.

Dal punto di vista dello sviluppo del linguaggio può avere benefici questo tipo di esperienza? Facendo nostre le teorie di Jim Cummins, uno dei massimi studiosi di educazione bilingue, rispondiamo affermativamente. In effetti, secondo la teoria dell’interdipendenza linguistica, immettere altre lingue nell’esperienza di bambini/e soprattutto tra i 36 e i 48 mesi di età non ha affatto l’effetto di ostacolare la prima lingua, piuttosto gli stimoli e i nuovi materiali introdotti miglioreranno la competenza semiotica e, perciò anche la lingua materna. Diamo allora spazio ad attività di lettura di libri in più lingue senza nessun tipo di timore, confrontiamoci con una nuova sfida e alimentiamo la voglia di scoprire!